Il nuovo film di Aaron Sorkin su Netflix

Ciao amici, era un po’ che non scrivevo qui sul blog, e ho deciso di tornare cambiando totalmente argomento rispetto al mio solito. 

Oltre alla cucina io amo anche il cinema, sono laureata in storia e critica del cinema e lavoro in una società di cinema. Insomma la mia vita è circondata da questo e io ne sono sempre stata affascinata.

Ho deciso per questo di iniziare a fare delle recensioni dei film e delle serie TV che mi hanno colpito particolarmente.

Avevo già iniziato da un po’ di tempo sui social a fare dei commenti ma ho deciso di scrivere anche degli articoli oltre alle storie Instagram e alle IG TV.

Cominciamo con un film uscito su Netflix lo scorso venerdì; di Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7 (The trial of Chicago 7) prodotto dalla Dreamwork.

E’ un film che parla di razzismo, di violenza e di protesta per la libertà di parola e ci tocca nel profondo perché rientra nella categoria di film che fa scattare senso di giustizia. 

Se provate a immedesimarvi nei protagonisti vi verrà quel fastidio urticante di chi lotta per qualcosa e si trova davanti pareri retrogradi e tanta ignoranza.

I fatti reali e il contesto storico

E’ un film storico percui non si può non considerare il contesto, siamo nel 1968, anno in cui ad Aprile assistiamo all’omicidio di Martin Luther King e a Giugno a quello di Robert Kennedy.

Siamo nell’agosto dello stesso anno a Chicago, città in cui si sarebbe svolta la Convention del Partito democratico, evento in cui si sceglie il candidato per le presidenziali;

più di 10.000 persone si riuniscono per protestare contro la guerra del Vietnam che sta andando avanti da 12 anni. La città è piena di polizia e militari.

Ci sono degli scontri tra la folla e le forze dell’ordine che portano oltre che a molti feriti, all’identificazione di 7 attivisti giudicati colpevoli di aver aizzato la folla contro la polizia e di associazione a delinquere da li nasce il nome Chicago 7.

Inizialmente non vengono incriminati, ma con l’uscita di scena di Johnson e con l’elezione di Nixon venne approvata la Rap Brown Law che incriminava tutti coloro che avessero attraversato il confine con l’intento di protestare e creare scontri. 

Il processo si svolse nel ’69 al 70 e il film di Aaron Sorkin tratta proprio di questo.

Chiamato processo Farsa perché non c’erano effettivamente prove che accertassero la vera origine degli scontri tra attivisti e polizia. Non si sa chi ha provocato e attaccato per primo. 

Il punto è che l’attacco è stato fatto alle loro idee e non per l’effettiva colpevolezza.

Inizialmente gli accusati erano 8, tra loro c’era anche Bobby Seale (tra i fondatori dei Black Panters) che però non aveva preso parte alla manifestazione di Chicago ma era stato li solamente per qualche ora; dichiarato in un secondo momento non colpevole ed escluso dal processo.

Sottolineò però che questo avvenne dopo numerose vicende che nel film rasentano il tragicomico. Seale non era rappresentato dal suo avvocato in aula perché ricoverato in ospedale e questo lo porta a rivolgersi direttamente al giudice Hoffman che però lo richiama all’ordine più volte.

Il processo ai Chicago 7: il commento e i personaggi

E’ un film corale in cui i sette attivisti fanno sentire la loro voce per difendere le proprie idee e per farle valere nel mondo.

Sacha Baron Cohen è il personaggio che più mi è piaciuto perché per quasi tutta la durata del film mostra un carattere irriverente e sfacciato, il classico hippie che prende tutto alla leggera e manda in caciara ogni discorso (basti vedere le risposte che da in aula al giudice, molte sono prese dal vero processo).

Sul finale però fa vedere l’altra parte di se; quando va alla sbarra a deporre escono i veri valori e in una sola frase riassume l’intero senso del film: “Non sono mai stato sotto processo per i miei pensieri prima”.

Gli avvocati dei protestanti erano Leonard Weinglass e William Kunstler interpretati da Ben Shenkman e Mark Rylance.

Il procuratore Richard Schultz interpretato da Joseph Gordon-Levitt nonostante svolga al meglio il suo ruolo di accusatore si riscatta in piccola parte nella scena finale.

E’ un personaggio controverso perché ci convince di essere convinto delle sue idee ma nel finale ci fa capire che non è totalmente dalla parte dei cattivi e che un cuore e una coscienza ce li ha anche lui.

Il giudice Julius Hoffman interpretato da Frank Langella riesce perfettamente a farsi odiare dallo spettatore; da un lato incarna bene l’autorità di chi sa e può rappresentare la giustizia senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno, ma dall’altra parte ha quell’ottica ottusa data dall’età e dal carattere conservatore tipico della lobby giuridica.

Il processo ai Chicago 7 è un film attuale

E’ un film che fa riflettere sulla condizione umana non solo di quell’epoca ma anche dei giorni nostri; è un film del tutto attuale e ci catapulta nelle storie di cronaca di cui si parla continuamente anche oggi. 

Senza spoilerare vi dico che l’ultima scena per me è stata davvero toccante, la lacrimuccia mi è scesa perché Sorkin è riuscito a trasmettere i veri valori per cui quelle persone si battevano e scendevano in piazza rischiando la vita, ci fa vedere la forza che possono avere le idee.

Nel 1972 ci fu l’assoluzione di tutti i condannati.

Il film ha vinto il premio come miglior sceneggiatura ai Golden Globe 2021.