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Le serie TV del 2020

Serie TV uscite nel 2020 che potresti non aver visto (no spoiler)

Il 2020 è stato un anno strano, lo continuiamo a ripetere, ma nella sua assurdità ci ha dato modo di passare il tempo coltivando le nostre passioni. Si perchè non potendo uscire di casa abbiamo potuto leggere il libro per cui non trovavamo il tempo, fare il corso d’inglese che rimandavamo, spaparanzarci sul divano e fare scorpacciata di serie tv.

Quali sono secondo me le serie tv degne di nota, quelle che si possono vedere con leggerezza senza troppa concentrazione e quali quelle che non mi sono piaciute per nulla.

Dark di Baran bo Odar e Jantje Friese

E’ uscita quest’anno la terza stagione della serie tv più contorta della storia delle serie tv. Thriller e fantascienza si uniscono per creare una trama intrecciata su più livelli; più si avanza nella storia più i fili aumentano. E’ una serie che va seguita con la massima attenzione e con una mappa alla mano o sul cellulare. Ne potete trovare tante diverse su internet e vi assicuro che, sopratutto per la terza stagione, sono davvero utili.

Nonostante sia una storia complicata e intricata è studiata perfettamente in ogni minimo dettaglio e come i pezzi di un puzzle alla fine tutto trova l’incastro giusto. Io l’ho amata e sono rimasta estasiata dal finale che conclude in modo degno una serie di alto livello. Non stona e non la sminuisce ma anzi ne esalta il senso e chiude il cerchio alla perfezione.

Unorthodox di Anna Winger e Alexa Karolinski

Cominciamo da quella che più mi ha colpito per la sua struttura, la meticolosità dei dettagli e la fedeltà al reale. Unhortodox la trovate su Netflix ed è una miniserie in 4 episodi di produzione tedesca e statunitense. Tratta da “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” autobiografia di Deborah Feldman. La forza di questa serie è la chiarezza con cui viene raccontata una realtà diversa dalla nostra; ci fa riflettere e ci fa porre dei quesiti. Se vi piace vi invito a vedere anche Unorthodox: dietro le quinte, sempre su Netflix.

Esty è una diciannovenne ultra-ortodossa di New York. Secondo questa religione le donne servono solo per avere figli, non possono ne leggere ne studiare. Per ribellarsi ad un destino già scritto scappa e va a Berlino dove vive la madre che aveva fatto la stessa scelta molti anni prima. Il marito di Esty dopo aver scoperto la sua fuga parte con un amico per convincerla a ritornare a casa.

Normal People di Lenny Abrahamson

Mini serie tv di 12 episodi tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney; la trovate su StarzPlay (presente tra i canali di AppleTv e Amazon Prime Video).

E’ una serie teen che parla di amore. La storia che lega Marianne e Connell è di quelle complicate ma allo stesso tempo semplici. E’ una relazione tra adolescenti in cui i veri problemi ancora non esistono, ciò che blocca il loro idillio è il fatto stesso di essere ragazzi e di avere delle insicurezze. Viviamo con loro il crescere e il divenire del loro legame che si trasforma con il passare dagli anni, passiamo infatti dal liceo all’università osservando il mutare dei personaggi stessi. E’ una serie di altissima qualità, la trama è sviluppata senza intoppi, in modo naturale e scorre piacevolmente.

Little Fire Everywhere di Liz Tigelaar

Mini serie tv tratta dall’omonimo romanzo di Celeste Ng disponibile su Hulu (anche canale di Amazon Prime Video). Vorrei innanzitutto soffermarmi sul cast perchè il questa serie troviamo Reese Witherspoon, Kerry Washington e Joshua Jackson.

Mia e la figlia Pearl arrivano in un tranquillo sobborgo di Cleveland e vivendo la loro quotidianità sgretolano pian piano l’apparente equilibrio preesistente. Tra un susseguirsi di segreti e bugie la forzata serenità della famiglia Richardson si frantuma in mille pezzi e la madre Elena che cerca fino alla fine di tenere tutto in piedi ci sorprenderà in un finale inaspettato.

Killing Eve di Phoebe Waller-Bridge

Tratto da “Villanelle” romanzo di Luke Jennings lo trovate su Tim Vision. Vincitore di numerosi premi tra cui un Golden Globe e un Emmy per le attrici protagoniste Sandra Oh e Jodie Comer. Nel 2020 è uscita la terza stagione. Standing ovation ai costumi e alla colonna sonora.

Eve Polastri, agente dei servizi segreti Britannici viene incaricata di arrestare Villanelle, un’assassina psicopatica introvabile. Tra le due protagoniste nascerà un rapporto di ossessione reciproco che vi terrà incollati allo schermo.

Le regole del delitto perfetto di Peter Nowalk

Sesta e ultima stagione conclude una serie che è stata apprezzata tra alti e bassi; a me personalmente è piaciuta tutta ma questa ultima stagione è effettivamente a detta di tutti la più bella. Chiude perfettamente il cerchio e risponde alle domande rimaste aperte nelle stagioni precedenti.

Viola Devis nei panni dell’insegnante universitaria di legge Annalise Keating ci mostra con la sua tenacia e la sua forza come arrivare in fondo ai problemi e a svelare i veri colpevoli. Circondata dai suoi studenti prediletti durante le sei stagioni dovrà nascondere omicidi e creare prove per far tornare i conti.

La casa di carta di Álex Pina

Quarta ma non ultima stagione della famosissima serie tv spagnola. E’ divisa in due capitoli: il primo con la rapina alla zecca di stato e il secondo con l’attacco alla Banca di Spagna. Questa serie ha appassionato tutti per l’assurdità della sua trama ma a differenza di altre ciò che più è piaciuto allo spettatore e lo ha lasciato senza fiato è la ricchezza di dettagli con cui il Professore ha studiato il piano. Ogni mossa che la polizia spagnola può fare è già stata prevista. Come spesso accade però, il vero imprevisto non considerato neanche dalle menti più brillanti è l’amore. Tutto infatti inizia a crollare quando il Professore si innamora di Rachel.

Hunters di David Weil

La troviamo su Amazon Prime Video, con Al Pacino e Dylan Baker, questa serie racconta le vicende di un gruppo di cacciatori nazisti che alla fine degli anni 70 a New York cerca di fermare la formazione di un quarto Reich. La serie è caratterizzata da scene forti e a tratti splatter. Il finale è aperto e si attende la data di uscita della seconda stagione che è prevista per il 2021.

Emily in Paris di Darren Star

Se shakerate Sex and the city e Il diavolo veste Prada quello che ne uscirà è una commedia leggera dai toni pastello che ha come protagonista una giovane americana figlia della generazione dei social. Emily è una ragazza sorridente piena di entusiasmo che si trasferisce in Francia a Parigi per lavoro ma nonostante le sue più buone intenzioni l’adattamento non sarà facile. Le persone sono ostili e rifiutano la sua diversità di cultura. Riuscirà a sopravvivere allo humor francese e alla r moscia?

La regina degli scacchi di Scott Frank e Allan Scott

Serie tv di Netflix ai primi posti in classifica. E’ fatta molto bene con ambientazioni e costumi ricercati e azzeccatissimi. Non mi è però entrata nel cuore come altre; nonostante la qualità, mi ha lasciato un po’ apatica.

Per i veri giocatori di scacchi la serie è fatta bene perchè a livello di gioco e logistica non lascia nulla al caso ed è studiata nel minimo dettaglio. Per i non appassionati il gioco degli scacchi è solo il fil Rouge che fa da sfondo alla vera storia la cui protagonista è Beth. Rimasta orfana da giovanissima cresce in un orfanotrofio dove, grazie al signor Shaibel, si appassiona al gioco degli scacchi; viene poi adottata da una famiglia del Kentucky. Nella serie seguiamo la sua crescita tra vittorie e sconfitte nel mondo degli scacchi.

Il terzo giorno di Felix Barrett e Dennis Kelly

Una miniserie su Sky divisa in tre parti: la prima intitolata Estate ha come protagonista Jude Law ed è fatta di tre puntate, la seconda Autunno è stata trasmessa in streaming per una durata di 12 ore; la terza intitolata Inverno ha come protagonista Naomie Harris ed è composta da altre tre puntate. Su Sky potete vedere Estate e Inverno. Il riferimento alle sacre scritture è dappertutto, il terzo giorno rappresenta la resurrezione e a livello spirituale potrebbe proprio essere una metafora per ciò che accade ai nostri protagonisti.

E’ un racconto distopico ambientato sull’isola di Osea, la storia di Sam e di Helen ha molti punti in comune, entrambi scappano dai problemi delle loro vite e approdano su quest’isola che li rapisce mentalmente ma dalla quale vogliono anche scappare.

Tiny Pretty Things di Michael MacLennan

Serie Drama tratta dall’omonimo libro di Sona Charaipotra e Dhonielle Claytonche che potete trovare su Netflix dal 14 dicembre. In questa serie seguiamo le storie di un gruppo di ballerini all’interno di una scuola elitaria di danza dopo la scoperta del tentato suicidio di Cassie, una delle ragazze. Il finale è aperto quindi forse ci aspetta una nuova stagione.

Le serie tv che non mi sono piaciute o che non mi hanno convinto del tutto

Vis a vis: el Oasis di Iván Escobar: è lo spin off di Vis a Vis, serie che a differenza di questo ultimo capitolo mi è piaciuta tantissimo. Questo ramo diverso della trama non ha lo stesso gusto e la stessa intensità del resto della storia, si discosta come intento e forza narrativa. La storia poteva concludersi tranquillamente senza questo ultimo capitolo. C’è un unico punto che non boccio totalmente ed è l’ultima puntata; credo però che mi abbia colpito solo per l’empatia che si è creata con i personaggi nelle stagioni precedenti. (Netflix)

Ratched di Ryan Murphy e Evan Romansky: è un thriller psicologico ispirato al romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey. Potenzialmente poteva essere un capolavoro ma gli autori si sono persi con una miriade di dettagli inutili; se è vero che spesso il rischio nelle rappresentazioni cinematografiche è di non approfondire bene i personaggi e non arricchire la trama di dettagli in questo caso è stato fatto l’errore opposto. La trama è fitta di spunti, a volte interessanti ma poco sviluppati e altre volte inutili al fine della narrazione. Il risultato è chelo spettatore si ritrova stordito e può perdere il filo del discorso. L’attrice Sarah Paulson è molto brava ma si ritrova a recitare in un vortice di azioni parallele che non si uniscono mai. (Netflix)

Baby di Isabella Aguilar e Giacomo Durzi: serie ispirata ai fatti di cronaca di Roma del 2014 legato alle Baby Squillo. Purtroppo è un’occasione sprecata perchè al contrario di Ratched non racconta abbastanza e non approfondisce. I personaggi rimangono in superficie e non vengono analizzati ne mostrati nelle loro sfaccettature più profonde. L’intera trama viene accennata e raccontata come fosse un riassunto di qualcosa. I dialoghi sono superficiali e scontati. Peccato.(Netflix)

We are who we are di Luca Guadagnino: avrei tanto voluto fare un articolo a parte su questa serie, anche per come era stata annunciata prima della sua uscita. Sono 8 puntate totali che io personalmente ho fatto fatica a finire. Mi sono dovuta costringere per vedere come andava a finire. La storia è tirata e stretchata dall’inizio alla fine e lo spettatore è costretto a guardare i protagonisti nel loro quotidiano; li seguiamo e non ci vengono raccontati proprio per scelta del regista, questo però ci porta ad avere dei tempi dilatati all’estremo. Probabilmente Guadagnino, di cui ho molta stima per i film, ha dato un impostazione regista cinematografica e non seriale al lavoro con il risultato di risultare lento.

Il processo ai Chicago 7

Il nuovo film di Aaron Sorkin su Netflix

Ciao amici, era un po’ che non scrivevo qui sul blog, e ho deciso di tornare cambiando totalmente argomento rispetto al mio solito. 

Oltre alla cucina io amo anche il cinema, sono laureata in storia e critica del cinema e lavoro in una società di cinema. Insomma la mia vita è circondata da questo e io ne sono sempre stata affascinata.

Ho deciso per questo di iniziare a fare delle recensioni dei film e delle serie TV che mi hanno colpito particolarmente.

Avevo già iniziato da un po’ di tempo sui social a fare dei commenti ma ho deciso di scrivere anche degli articoli oltre alle storie Instagram e alle IG TV.

Cominciamo con un film uscito su Netflix lo scorso venerdì; di Aaron Sorkin, Il processo ai Chicago 7 (The trial of Chicago 7) prodotto dalla Dreamwork.

E’ un film che parla di razzismo, di violenza e di protesta per la libertà di parola e ci tocca nel profondo perché rientra nella categoria di film che fa scattare senso di giustizia. 

Se provate a immedesimarvi nei protagonisti vi verrà quel fastidio urticante di chi lotta per qualcosa e si trova davanti pareri retrogradi e tanta ignoranza.

I fatti reali e il contesto storico

E’ un film storico percui non si può non considerare il contesto, siamo nel 1968, anno in cui ad Aprile assistiamo all’omicidio di Martin Luther King e a Giugno a quello di Robert Kennedy.

Siamo nell’agosto dello stesso anno a Chicago, città in cui si sarebbe svolta la Convention del Partito democratico, evento in cui si sceglie il candidato per le presidenziali;

più di 10.000 persone si riuniscono per protestare contro la guerra del Vietnam che sta andando avanti da 12 anni. La città è piena di polizia e militari.

Ci sono degli scontri tra la folla e le forze dell’ordine che portano oltre che a molti feriti, all’identificazione di 7 attivisti giudicati colpevoli di aver aizzato la folla contro la polizia e di associazione a delinquere da li nasce il nome Chicago 7.

Inizialmente non vengono incriminati, ma con l’uscita di scena di Johnson e con l’elezione di Nixon venne approvata la Rap Brown Law che incriminava tutti coloro che avessero attraversato il confine con l’intento di protestare e creare scontri. 

Il processo si svolse nel ’69 al 70 e il film di Aaron Sorkin tratta proprio di questo.

Chiamato processo Farsa perché non c’erano effettivamente prove che accertassero la vera origine degli scontri tra attivisti e polizia. Non si sa chi ha provocato e attaccato per primo. 

Il punto è che l’attacco è stato fatto alle loro idee e non per l’effettiva colpevolezza.

Inizialmente gli accusati erano 8, tra loro c’era anche Bobby Seale (tra i fondatori dei Black Panters) che però non aveva preso parte alla manifestazione di Chicago ma era stato li solamente per qualche ora; dichiarato in un secondo momento non colpevole ed escluso dal processo.

Sottolineò però che questo avvenne dopo numerose vicende che nel film rasentano il tragicomico. Seale non era rappresentato dal suo avvocato in aula perché ricoverato in ospedale e questo lo porta a rivolgersi direttamente al giudice Hoffman che però lo richiama all’ordine più volte.

Il processo ai Chicago 7: il commento e i personaggi

E’ un film corale in cui i sette attivisti fanno sentire la loro voce per difendere le proprie idee e per farle valere nel mondo.

Sacha Baron Cohen è il personaggio che più mi è piaciuto perché per quasi tutta la durata del film mostra un carattere irriverente e sfacciato, il classico hippie che prende tutto alla leggera e manda in caciara ogni discorso (basti vedere le risposte che da in aula al giudice, molte sono prese dal vero processo).

Sul finale però fa vedere l’altra parte di se; quando va alla sbarra a deporre escono i veri valori e in una sola frase riassume l’intero senso del film: “Non sono mai stato sotto processo per i miei pensieri prima”.

Gli avvocati dei protestanti erano Leonard Weinglass e William Kunstler interpretati da Ben Shenkman e Mark Rylance.

Il procuratore Richard Schultz interpretato da Joseph Gordon-Levitt nonostante svolga al meglio il suo ruolo di accusatore si riscatta in piccola parte nella scena finale.

E’ un personaggio controverso perché ci convince di essere convinto delle sue idee ma nel finale ci fa capire che non è totalmente dalla parte dei cattivi e che un cuore e una coscienza ce li ha anche lui.

Il giudice Julius Hoffman interpretato da Frank Langella riesce perfettamente a farsi odiare dallo spettatore; da un lato incarna bene l’autorità di chi sa e può rappresentare la giustizia senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno, ma dall’altra parte ha quell’ottica ottusa data dall’età e dal carattere conservatore tipico della lobby giuridica.

Il processo ai Chicago 7 è un film attuale

E’ un film che fa riflettere sulla condizione umana non solo di quell’epoca ma anche dei giorni nostri; è un film del tutto attuale e ci catapulta nelle storie di cronaca di cui si parla continuamente anche oggi. 

Senza spoilerare vi dico che l’ultima scena per me è stata davvero toccante, la lacrimuccia mi è scesa perché Sorkin è riuscito a trasmettere i veri valori per cui quelle persone si battevano e scendevano in piazza rischiando la vita, ci fa vedere la forza che possono avere le idee.

Nel 1972 ci fu l’assoluzione di tutti i condannati.

Il film ha vinto il premio come miglior sceneggiatura ai Golden Globe 2021.